Recensione del libro “Psicoanalisi senza Dio” a cura di Rossella Valdrè di psychiatryonline.it


RECENSIONE A: “Psicoanalisi senza Dio. Per una critica del nuovo discorso religioso”

A poco più di un anno dalla pubblicazione di “Inattualità della psicoanalisi”, Franco Lolli torna su temi, o meglio su un tema, che sappiamo stargli molto a cuore: l’equivoco della teoria del declinismo in psicoanalisi, la famosa cosiddetta “evaporazione del padre” che tanto influsso ha avuto soprattutto, ma non solo, nella psicoanalisi lacaniana. Questa volta compie il viaggio, assai più dettagliato e complesso, in compagnia di diversi altri Autori, francesi e italiani, psicoanalisti e non, fino a fornire uno scenario che vuole costituirsi il più argomentato possibile intorno alla tesi che gli Autori vogliono proporre, tesi che definirei una sorta di appello lanciato ad un pubblico specialistico ma non solo, psicoanalitico ma non solo: non si cada nella facile trappola divulgativa, di un declinismo, quello del padre, che sembra spiegare tutto dell’attuale cambio dei paradigmi contemporanei nella clinica e nel sociale. Le cose, ci spiegano gli Autori, non stanno così semplicemente. Il libro è diviso in due parti, la prima di Autori francesi, la seconda di contributi italiani; i primi ricostruiscono, e demoliscono, l’origine delle teorie del declinismo in Francia, e alla stessa conclusione giungono i secondi, pur da prospettive diverse.

Ma perché questo titolo, Psicoanalisi senza Dio? L’analisi parte dal 1974, anno in cui Lacan tiene a Roma una conferenza che diventerà il noto saggio Il trionfo della religione. Con pessimismo analogo a quello del Freud de L’avvenire di un’illusione (1927), Lacan presagiva che la psicoanalisi sarebbe scomparsa, travolta dalle certezze che solo il discorso religioso sa fornire alle coscienze, poiché essa sola sa trovare “una corrispondenza di tutto con tutto”. Entrambi erano ben consci che l’essere umano, come scrive il poeta Thomas Eliot, non sa tollerare troppa realtà. La religione, dunque, a differenza della psicoanalisi che non ci illude di nulla ed è creatura fragile, non scomparirà mai. La religione ricerca il senso; la psicoanalisi, invece, benché non possa del tutto esimersi come ogni ricerca umana da un contatto col senso, non contiene nel suo statuto la ricerca di senso. Questa sua intrinseca fragilità di fronte all’egemonia del senso l’avrebbe condotta, secondo Lacan, ad una lenta scomparsa di fronte all’innarrestarsi del senso religioso. Sottile, se vogliamo, la differenza col pessimismo freudiano; anch’egli vedeva minacciato da tutte le parti l’avvenire della psicoanalisi, ma considerava la religione un’illusione di cui l’essere umano, il parlessere ferito dal linguaggio, ha bisogno per stare al mondo con meno angoscia possibile. Nel bellissimo carteggio col Pastore Pfister (1909), Freud era costretto ad ammettere che “(…) Lei si trova nella felice condizione di poter condurre questa traslazione fino a Dio. Per noi questa possibilità di liquidazione non esiste, il nostro pubblico è irreligioso come lo siamo anche noi, e poiché le altre vie alla sublimazione sono troppo difficili per la maggior parte dei pazienti, le nostre cure sfociano quasi sempre nella ricerca del soddisfacimento”.

Apparentemente Lacan non sembra aver avuto ragione, la psicoanalisi arranca ma non è scomparsa e la religione, se la si intende come numero di praticanti, non ha avuto la meglio. Il libro mette però in discussione l’ingenuità di quest’apparenza: viviamo, senza accorgercene, in un’epoca immersa in un senso religioso, ma ciò che il libro vuole denunciare è il pericolo che la psicoanalisi stessa si trasformi in religione. Esistono dei paralleli tra psicoanalisi e religione non difficili da disvelare. Il trattamento analitico ha sempre, lo si voglia o no, qualcosa nelle sue aspettative di religioso per il paziente che vi si avvicina: egli va incontro al soggetto supposto sapere, si inoltra (crede di) alla ricerca di un senso, il setting stesso è ritualizzato come in una Chiesa e l’allievo che vi è ammesso ha sulle prime la sensazione misteriosa di qualcosa di iniziatico. Ma le analogie dovrebbero finire qui, il fine dell’analisi non è religioso.

Il rischio che la psicoanalisi, oggi, si trasformi in discorso religioso significa espropriarla dalla sua laicità e cadere nella tentazione teleologica-narcisistica di proporsi, o imporsi, come un sapere che satura il senso, un sapere che sa già tutto, un sapere televisivo prêt-à-porter che non lascia più mancanze, che ha risposte pronte a tutto ciò che oggi il pubblico chiede, da come essere genitori, all’adozione dei gay, alla politica, e via dicendo. Come fa notare Antonio Tricomi, la psicoanalisi non può dire la Verità, ma problematizzare la Verità, interrogare incessantemente il senso comune; restare, in continuità col testo precedente, inattuale. Includersi dentro, mantenendosi fuori; sofisticato equilibrismo. È proprio pretendendo di riportare tutto alle categorie del proprio sapere che la psicoanalisi correrebbe il rischio di implodere, di essere surclassata da altri discorsi che via via si propongono al tritatutto della macchina pubblica: sovraesporsi, dunque, contiene un pericolo. Lo psicoanalista che pure, nella sua responsabilità, è libero di farlo, dovrebbe esserne consapevole.

A questa tesi centrale se ne intreccia un’altra, anch’essa in continuità con Inattualità della psicoanalisi: la serrata critica alla teoria, prevalente come detto nella psicoanalisi lacaniana ma diffusa anche nel senso comune, del cosiddetto declinismo. Il declino del padre, la sua ‘evaporazione’. Ma di quale padre si parla? In particolare i primi capitoli, per mano di Nicolas Guérin, Gérard Pommier e Zafiropoulos, ricostruiscono l’interessante, e forse non molto nota al lettore italiano, nascita ed evoluzione del concetto di declinismo all’interno del moderno lacanismo. Esso non nasce dal nulla. Non nasce con Freud né all’interno dell’International Psychoanalytical Association, ma per rintracciarla occorre risalire ad una tesi di Lacan del 1938 che durerà fino agli anni ’50, espressa ne I complessi famigliari e la formazione dell’individuo, dove egli spiega il pericolo, a suo dire, della degradazione dell’edipo e del declino dell’imago paterna che stava avvenendo già in quegli anni nella società. Le idee di Lacan erano al tempo fortemente influenzate, come tutta la cultura francese, da Emile Durkheim, autore della cosiddetta legge della “contrazione famigliare”, dalla quale si sarebbe originato tutto il malessere moderno, dall’infelicità ai suicidi, dall’individualismo alla perdita del senso di senso religioso. Lacan accoglierà questa teoria dal ’38 fino al 1953, ma in seguito la abbandonerà facendone autocritica, per appoggiarsi nei primi anni ’60 alle teorie di Lévi-Strauss, che come è noto avranno su di lui ben più incisiva incidenza. Ma le idee durkheimiane sono rimaste nell’aria e nella cultura, hanno impregnato l’opinione pubblica e si sono, diciamo così, facilmente agganciate al senso comune, poiché si assiste in effetti negli ultimi cinquant’anni ad una radicale trasformazione degli assetti familiari. Curiosamente, per gli strani corsi e ricorsi della storia, queste idee che Lacan ben presto abbandonò, hanno ripreso vita nella corrente di pensiero sostenuta da alcuni lacaniani contemporanei, primi fra tutti Charles Melman e Jean-Pierre Lebrun, come ci spiega il capitolo di Erik Porge, i quali hanno dato vita, con un certo seguito e successo, a quella che chiamano NEP: nuova economia psichica. Questa avrebbe determinato neo-soggetti, i nostri nuovi pazienti che Lolli aveva nel saggio precedente efficacemente chiamato i nuovi “domandanti”, soggetti difficilmente inquadrabili sia nella nevrosi che nella psicosi, che sfuggono alle leggi del linguaggio, soggetti figli dell’incalcolabile danno provocato dal declino del padre.

Vi è qui, è tesi forte e centrale del libro, quello che il filosofo Braudillard avrebbe chiamato “un errore fantastico”: di quale padre si parla? Quello che è declinato, sostengono gli Autori a gran forza, non è il livello simbolico del padre che non si incarna nel padre reale, ma grazie alla bisessualità psichica può incarnarsi (e in effetti oggi accade) sia nel maschio che nella femmina; ciò che è declinato è la figura del patriarca, il patriarcato. Trovo importante sottolineare, con Pommier, l’importanza della bisessualità psichica, che tanto valore aveva per Freud e così spesso dimenticata dalla psicoanalisi contemporanea. I capitoli di Zafiropolous e Pommier focalizzano, in effetti, il centro del discorso: il declinismo è vittima di una confusione, non comprende che la funzione del Padre non è il Patriarcato, il quale è in effetti in declino (e direi senza granché da rimpiangere), ma che grazie alla bisessualità psichica innata negli esseri umani, tale funzione può essere svolta dall’uomo, dalla donna (come oggi spesso avviene, e il libro non si avventura a commentare quanto sia bene o meno), o dal terzo. Problema confusivo e pericoloso del declinismo è che non distingue il livello simbolico, rimasto immutato, dalle funzioni in cui esso si incarna, che possono, quelle sì, cambiare nelle diverse epoche, ma se ciò accade è dovuto al dato culturale, storico, non alla cosiddetta ‘nuova economia psichica’.

Un’ulteriore conseguenza subdola della teoria del declinismo è, potremmo dire, politica. Che cosa significa? Come suggerisce sempre Tricomi, questo continuo lamento della morte del padre, soprattutto in Francia ma non ne sarebbe esente nemmeno il nostro Paese, ha instillato nelle masse la nostalgia dell’uomo forte, dell’uomo solo al comando: ossia, della Destra e, in Francia, del partito del Fronte Nazionale. La cosa non sarebbe, secondo questo autore, molto diversa in Italia, sebbene il più noto esponente divulgativo lacaniano del declinismo si sia pubblicamente schierato a sinistra; ma ciò non muterebbe un clima sostanzialmente regressivo, blandamente borghese e nostalgico laddove, conclude Zafiropoulos “la psicoanalisi, nel mondo contemporaneo, dovrebbe assolutamente situarsi sul versante della laicità” (p. 239). Una psicoanalisi senza Dio, come la invocava Freud, forse ancor più di Lacan, che sempre vide antitetici il discorso psicoanalitico con quello religioso: dove è l’uno, che ha “barattato la felicità per un po’ di sicurezza” (Freud, 1929), non vi può essere l’altro, portatore di illusioni.

Secondariamente ma non meno importante, altra conseguenza del declinismo sarebbe l’inevitabile ritorno ad una sorta di matriarcato, come sostenuto da Melman e registrato da alcuni lacaniani italiani: vi sarebbe, se manca il padre a porre un limite, un troppo di madre, un surplus di materno. Il bambino annegherebbe nel materno, a rischio di psicosi, di non staccarsi mai, di produrre i cosiddetti ‘nuovi sintomi’. È in effetti osservazione clinica comune come questo accada di frequente ma, denunciano sempre i nostri autori, siamo anche qui di fronte ad un errore linguistico e concettuale: viene denominato matriarcato quello che, sulla scorta della tradizione psicoanalitica, andrebbe denominato (si ricordi la lezione di Fornari) “codice materno” o logica materna. Si commette, cioè, lo stesso errore avvenuto con il patriarcato, confuso con la funzione. Ma anche qui, sempre in virtù della bisessualità psichica, anche un padre può essere simbiotico e cannibalico col proprio figlio, anche un padre reale può necessitare che qualcuno, un terzo, ponga un limite, anche un padre può essere “coccodrillo”, nella definizione di Lacan, tanto quanto la madre; è il discorso culturale, storico, a far prevalere una figura sull’altra. L’incarnazione in un ruolo reale, non va confusa, per noi psicoanalisti, con il simbolico.

Un intero libro dedicato, dunque, ai due pericoli che gli autori intravvedono come i principali della psicoanalisi contemporanea: il declinismo e le sue conseguenze psico-politiche, e il rischio che la psicoanalisi non già venga sostituita dalla religione come temeva Lacan, ma si faccia essa stessa discorso religioso. Che elegga dunque nuovi sacerdoti, proseliti e nuove cattedrali.

La psicoanalisi contemporanea, è dunque la forte tesi e denuncia di questo ricco e brillante libro a più mani ma di cui si coglie l’intelligente coordinamento di Franco Lolli, non sta andando nella direzione auspicata dai nostri fondatori; essa va incontro a derive narcisistiche, forse sostenute da quello che Freud chiamava “il narcisismo delle piccole differenze” di cui il lacanismo sembra particolarmente affetto come si vede nel fenomeno Melman-Lebrun, un gruppo che va per conto suo e professa un suo credo, credo che poi per motivi complessi si aggancia all’opinione pubblica e al senso comune e rischia di diventare un sapere passe-partout, valido per ogni domanda, eludendo così paradossalmente il valore inquietante della domanda stessa.

Da leggersi in continuità, lo ripetiamo, con Inattualità della psicoanalisi, questo libro conferma quanto Franco Lolli sia uno psicoanalista particolarmente attento ai disagi della psicoanalisi contemporanea, ai germi che in essa si annidano e intenda coglierli, denunciarli, lanciarne un appello prima che sia tardi, offrendone una lettura complessa e non banale, raccogliendo diversi saperi, che può anche scontentare qualcuno ma che rigorosamente intende ridare alle cose il loro nome originario. Definirei questo libro più un intrigante appello, un libro di domande, che non un libro di risposte. Queste, le lascia al lettore.

Di troppa ansia di risposte, forse, sembra malata la psicoanalisi contemporanea.

La réponse – scriveva Blanchot – est la malheur de la question

Rossella Valdrè
18 marzo 2021

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