È uscito recentemente, per la casa editrice Mimesis, il volume Ora basta! La guarigione in psicoanalisi, di Franco Lolli e Luigi Francesco Clemente. Gli autori interrogano, da un punto di vista psicoanalitico e filosofico, la questione della guarigione intesa come risoluzione del sintomo, individuando le condizioni e la logica che rendono possibile un simile risultato.
Qui sotto riportiamo due stralci del testo.
La sala è stracolma: principalmente donne, ma non solo.
Fabiola De Clercq è stata invitata a parlare della sua storia. Guardando un po’ in giro, si capisce immediatamente che chi l’ascolta è, in un modo o nell’altro, implicato in ciò che la fondatrice dell’ABA (Associazione Bulimia Anoressia) e autrice del best seller Tutto il pane del mondo, sta dicendo. Il carisma di Fabiola trapela da ogni sua parola, da ogni suo sguardo, da ogni pausa di silenzio che scandisce il suo discorso. Una storia lunghissima di disturbi alimentari l’ha segnata in maniera singolare: la profondità dei suoi occhi rivela la profondità del dolore che l’ha attraversata e la fatica fatta per venirne a capo. Al termine della sua esposizione, come sempre lucida e coinvolgente, una ragazza, in fondo alla sala, si alza e chiede di poterle fare una domanda. Il corpo emaciato non lascia dubbi sulla sua storia clinica. “Fabiola, quanto tempo c’hai messo per guarire?”, pronuncia con un filo di voce. La risposta lascia la sala attonita: “un attimo”.
Un attimo. Di primo acchito, una risposta che appare irragionevole. Soprattutto se si considera che Fabiola De Clercq – come ha dichiarato lei stessa in più occasioni – ha fatto un percorso di analisi durato ventitré anni.
E allora viene da domandarsi: come può una persona, che per più di due decenni, ogni settimana, è andata nello studio di un analista per liberarsi della sua malattia, dire che è guarita in un attimo? Come può affermare che il proprio sintomo, potente e invasivo sin dai tempi della sua adolescenza, si sia risolto in un istante? Grazie a cosa la marmorea consistenza di quel disturbo ha potuto sciogliersi e, in un baleno, rovesciarsi nel suo contrario?
Eppure, in quella risposta all’apparenza paradossale, si intuisce la presenza di una verità inconfutabile. Qualcosa che ogni clinico conosce bene e che ha a che fare con l’imponderabilità e l’istantaneità di un passaggio decisivo (e auspicabile) in ogni processo di cura, quel momento in cui il soggetto ‘riesce’ – da un momento all’altro – a fare a meno del sintomo. In quella risposta enigmatica di Fabiola de Clercq, in effetti, è evocato e interrogato il concetto di guarigione e, con esso, quello di sintomo. Ed è da qui, allora, che conviene iniziare. O meglio: conviene iniziare dalla loro correlazione. Una correlazione che, in ambito psicoanalitico, è tutt’altro che lineare.
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Nella più classica ortodossia psicoanalitica, la guarigione dal sintomo si realizza come prodotto secondario di un lavoro lento e continuativo che Freud aveva definito per via di levare. L’analisi, in questa prospettiva, consisterebbe in un’operazione di costante sottrazione di strati identificatori alienanti, di scultura, di incisione regolare e sistematica volta a smantellare la logica psichica che sostiene il fenomeno psicopatologico, per far emergere dal blocco di marmo sintomatico la statua in esso imprigionata: la guarigione dal sintomo si realizzerebbe, pertanto, come effetto supplementare al dispiegamento del processo analitico.
L’idea verrà implicitamente affermata nel testo Tecnica della psicoanalisi. Lo psicoanalista – scrive Freud facendo riferimento a un detto attribuito al chirurgocinquecentesco Ambroise Paré – è, per l’appunto, come il chirurgo: deve occuparsi esclusivamente della qualità e della precisione del proprio intervento. Ciò che conta è la pertinenza etica dell’atto che compie. Gli effetti terapeutici saranno consequenziali e, per certi versi, marginali; io lo medicai, Dio lo guarì. La guarigione è considerata, dal punto di vista dell’analista, un guadagno complementare, un effetto secondario del lavoro svolto in seduta. E ancora, in Psicoanalisi e teoria della libido, Freud ribadirà il concetto in maniera tanto più esplicita: «L’eliminazione dei sintomi morbosi non viene perseguita come meta particolare ma si produce con l’esercizio regolare dell’analisi quasi come un risultato accessorio». Un risultato accessorio: come essere più chiari nel sostenere il primato euristico del procedimento analitico rispetto a quello terapeutico?
Tale contrapposizione tra il valore conoscitivo della cura psicoanalitica (l’identificazione delle logiche inconsce che reggono il funzionamento psichico del soggetto) e il suo valore curativo (il potere di liberare l’analizzante dai propri sintomi, come conseguenza indiretta dell’applicazione del suo metodo) lascia aperti molti interrogativi.
