Patricia Gherovici, Né sesso né genere. Una questione di vita o di morte. Prefazione di Cristian Muscelli ed Emanuela Mundo


Pubblichiamo qui la prefazione del libro di Patricia Gherovici, Né sesso né genere. Una questione di vita o di morte (Galaad Edizioni, Collana Nova Humana Materia) a firma di Cristian Muscelli e Emanuela Mundo, traduttori e curatori del volume.

Il libro che qui presentiamo è la traduzione di un testo inedito, scritto in lingua inglese, nel quale Patricia Gherovici offre un buon numero di strumenti per riflettere su temi relativi all’identità di genere, al transgenderismo e al transessualismo. Si tratta di un esercizio notevole per lo psicoanalista, lo psicoterapeuta e lo psicopatologo, soprattutto perché pone il lettore a confronto con temi e problemi che continuano a conservare il carattere della “novità”, ossia della difficoltà.

La premessa generale è, probabilmente, di segno politico: la psicoanalisi è intesa da Gherovici come mezzo per aumentare il potenziale emancipatorio di ciascuno e l’associazione libera, la regola fondamentale della psicoanalisi, è davvero un invito alla libertà. Ciò è ancor più vero in quei periodi storici di recrudescenza dei totalitarismi in cui siamo spinti a dire quel che tutti dicono o, ancor di più, a tacere. La discussione sulla questione del genere e del sesso e della loro possibile transizione, sembra suggerire l’autrice, è un’affermazione consapevole del valore politico e culturale del lavoro analitico, così fortemente e necessariamente connesso al principio di libertà.

I temi affrontati nel testo sono molti, così come le prospettive attraverso le quali gli stessi sono osservati. C’è un punto iniziale, però, che viene tenuto fermo e che accompagna l’intera lettura: la varianza di genere e sesso è una questione di vita o di morte, e la psicoanalisi, in quanto terapia, è chiamata a salvare le vite. Dunque, quello della psicoanalista argentina è un caveat molto serio, dalla enorme portata etica: ogni cosa – pensiero o atto – che rischi di ridurre le possibilità di salvare vite va considerata attentamente e possibilmente contrastata. Per dirlo più chiaramente: se dire qualcosa sul trangenderismo o sul transessualismo, anche relativamente alla teoria psicoanalitica, può mettere a rischio il lavoro che si fa per salvare le vite allora è meglio modificarla o anche non dirla. D’altra parte, sappiamo che il tasso dei suicidi è altissimo tra i soggetti trans-, e cresce o diminuisce a seconda del grado di accoglienza del contesto socioculturale. Per comprendere cosa esattamente significhi tale accoglienza, la psicoanalisi suggerisce una sola accezione: la possibilità di parlare, proprio quel che viene garantito nella terapia psicoanalitica attraverso l’ascolto.

Eppure, la psicoanalisi non ha sempre garantito tale libertà. Anzi, la psicoanalisi ha una storia di etero-normativizzazione e di patologizzazione delle sessualità, una storia che molti psicoanalisti, tra i quali annoveriamo Gherovici, stanno denunciando e cercando di cambiare. Perché questo cambiamento possa trovare compimento occorre ribadire un assunto psicoanalitico: il transessualismo e la transessualità, piuttosto che gravi patologie, devono essere visti come un’espressione dell’impasse sessuale che riguarda tutti gli umani, tutti i soggetti parlanti. Le manifestazioni trans-, così radicalmente opposte al discorso dominante, non sono appannaggio della psicosi e il transessualismo o il transgenderismo non sono una categoria patologica: le espressioni trans, sottolinea l’autrice, sono spesso viste come “sintomi” dai clinici che le osservano, orientati dal discorso del padrone, ma non dalle persone che le vivono.

L’incongruenza di genere non è di per sé una patologia e il riallineamento sessuale non dovrebbe essere considerato semplicemente una cura o un trattamento, ma un’operazione che salva la vita. Certamente non si può sottostimare la gravità di un intervento chirurgico irreversibile, ma occorre, appunto, intendersi sul senso da attribuire alla “gravità” dell’atto. L’identificazione “trans” è problematica quanto l’identificazione “cis”, perché entrambe sono fallimenti di fronte a un enigma che non ha una soluzione chiara, anche se i modelli culturali che informano lo sviluppo psicosessuale fanno apparire le scelte di genere molto semplici e scontate. La realtà, espressa nella provocatoria formula lacaniana “non esiste rapporto sessuale”, è che in materia di identità sessuale o di scelta d’oggetto tutti devono inventarsi una soluzione. Nella sessualità umana c’è qualcosa di fondamentalmente fuori sincrono e di inadattabile: che si tratti di rapporto tra uomo e donna, tra uomo e uomo, tra donna e donna oppure tra né uomo né donna, non troviamo altro se non differenza. Elaborando questi assunti propri della teoria lacaniana, Gherovici sostiene una tesi che è sempre molto difficile da affermare pubblicamente perché è spesso percepita come una minaccia per l’intero sistema sociale: poiché ogni cosa è un costrutto socioculturale, allora anche il genere lo è, ed è per questo motivo che i trans sono stati visti come mostri. Il maschio è una costruzione, la femmina è una costruzione, il trans è una costruzione (mostruosa). Il lettore critico potrà vedere in questo argomento la pretesa di eleggere il soggetto trans come caso esemplare del processo di assunzione del sesso; come dire che se guardiamo a quanto accade al soggetto trans scopriamo quello che avviene in ciascun essere umano. Per poter sostenere questa possibilità bisogna ovviamente scartare l’ipotesi che il trans sia “malato”. Ecco perché la contrarietà alla tendenza alla patologizzazione: bisogna prima dire che il soggetto trans non è un “malato” per poi dire che, anzi, è il modello della vera “normalità” (il trans mostra quel che accade in ciascun soggetto), quella normalità che è coperta dal discorso partriarcale e colonialista.

Tutto questo è certamente vero per l’autrice, che però insiste anche e maggiormente su di un punto: si dovrebbe ammettere che autorizzarsi come uomo, donna o altro implica una decisione etica, e queste scelte non dovrebbero dipendere dal Grande Altro (cioè il dovere morale, la legge, le istituzioni). Per sostenere il ragionamento, Gherovici ricorda quanto accade al soggetto isterico, il suo rifiuto di incarnare i significanti padroni, cioè di consegnare il suo corpo a quei significanti dominanti che costituiscono le posizioni soggettive che la società, attraverso il linguaggio, rende disponibili agli individui. Basta che si rifiuti il discorso dominante, come fa l’isterica, per rendere visibile come e quanto l’assunzione del genere e del sesso (sono uomo o donna?) sia un problema: è il discorso a stabilire il genere, ma se si rifiuta il discorso allora il genere appare in tutta la sua ambiguità.

Gherovici aggiunge anche un’interessante notazione sulla connessione tra l’etica della differenza sessuale, fornita dalle “formule della sessuazione” di Lacan, e la nozione di “sinthomo”. La trasformazione del corpo, sostiene l’autrice – che fornisce così un importante suggerimento sulle strategie di conduzione della cura –, non è sufficiente al soggetto trans- perché serve comunque un atto di auto-creazione, realizzabile attraverso il sinthomo, appunto. Nella transizione di genere e nella riattribuzione del sesso la sola riconfigurazione corporea non riesce a “sostenere” il corpo: gli interventi materiali sul corpo, che siano ormonali o chirurgici, non sono sufficienti per realizzare la completa trasformazione del corpo-soggetto ed è necessario un artificio, una creazione, una ri-nominazione, una sorta di scrittura, affinché possa essere raggiunta una forma di incarnazione vivibile e soddisfacente. Attraverso il “sinthomo” si completa la transizione come una sorta di auto-creazione. Il “sinthomo” è un sintomo da intendersi come atto creativo; esso richiama la singolarità di una creazione che compensa il difetto nell’immagine corporea e il suo intreccio con i tratti principali della struttura del soggetto.

Ci si autorizza da sé, per riprendere un noto aforisma di Lacan, anche relativamente a genere, sesso e sessualità. L’autorizzazione come essere sessuato (uomo, donna o altro) ognuno se la dà da sé; autorizzarsi come uomo, donna o qualcos’altro implica una decisione etica. Il problema, però, è nella forma e nei modi dell’autorizzazione, perché quest’ultima cerca e sempre deve trovare conferma in – cioè, deve essere confermata da – un sistema simbolico. E la psicoanalisi è, e deve imparare a considerarsi, parte integrante del sistema simbolico. La psicoanalisi ha un potere che deve riconoscere e usare. La psicoanalisi, nella proposta forse più estrema di Patricia Gherovici, può e dovrebbe contribuire ad annullare gli effetti della discriminazione. Si tratta di una proposta estrema perché costringe ad interrogarsi innanzitutto sulla legittimità di un simile proposito, su cosa autorizzi a pensare che lo scopo della psicoanalisi sia combattere la discriminazione anche razziale, o, ancor più radicalmente, cosa autorizzi a pensare che la discriminazione sia una “malattia” da trattare psicoanaliticamente, a volte anche interiorizzata dagli stessi soggetti discriminati, come dimostrano alcune vignette cliniche che arricchiscono il testo. Siamo al nodo forse più delicato e complesso del discorso di Gherovici, secondo la quale la questione della transizione di genere o sesso riesce a far emergere anche il problema politico dell’incarnazione della razza e dell’intreccio tra genere, classe sociale e razza. La vera questione sottesa all’ostilità rabbiosa nei confronti del soggetto trans è quella della razza? Il vero nucleo di quanto potremmo definire un “fantasma collettivo” è il razzismo e la questione trans ne è il velo?