Pubblichiamo il testo dell’intervento che Franco Lolli ha presentato al VII Convegno Nazionale SIRIDAP 2024 Terre di confine. Traiettorie cliniche dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione dall’età evolutiva all’età adulta, che si è svolto ad Ancona il 20 e il 21 settembre 2024.
Il mio contributo al Convegno di oggi vuole essere una riflessione, necessariamente breve e schematica, sulle ragioni delle manifestazioni precoci dei DNA. Come collocare dal punto di vista diagnostico tale fenomeno sintomatico, peraltro sempre più diffuso? Possiamo, cioè, considerare le anoressie precoci un’estensione posticipata delle anoressie infantili oppure le dobbiamo classificare come l’espressione anticipata delle anoressie adolescenziali? O, al contrario, dobbiamo ritenerle un fenomeno sintomatologico a sé stante? Intorno a questi interrogativi sommari, articolerò il mio ragionamento.
Vorrei iniziare il mio intervento sottolineando innanzitutto la differenza tra il sintomo dell’anoressia infantile (fenomeno che si sviluppa dai primi mesi di vita fino ai 7-8 anni) e quello legato alla precocità dell’esordio dell’anoressia adolescenziale (che riguarda più spesso bambine di 10-11-12 anni). La mia idea è che non ci sia continuità tra le due forme. Ci troviamo di fronte a due logiche completamente diverse, che non vanno in alcun modo confuse: l’una non è la manifestazione tardiva dell’altra. L’anoressia di un bambino di tre anni va distinta sul piano logico da quella di una ragazzina di 10-11 anni. Due considerazioni mi sembrano sufficienti a motivare tale ipotesi:
- Nell’anoressia infantile, non si riscontra la netta prevalenza del sesso femminile su quello maschile, fattore che, al contrario, rileviamo come determinante nell’anoressia pre-adolescenziale.
- In una nota ricerca condotta da Massimo Ammanniti (Psicopatologia dello sviluppo e anoressia infantile: continuità omotipica ed eterotipica, apparsa su Noos nel 2008), i dati finali avvaloravano l’ipotesi che profili di personalità disfunzionali delle madri di bambini con anoressia infantile costituivano un significativo fattore di rischio per il funzionamento emotivo-comportamentale del bambino stesso e per la stabilizzazione di comportamenti alimentari disadattivi durante l’età evolutiva: la stessa considerazione non può essere sostenuta con altrettanta certezza in caso di anoressia adolescenziale, in cui fattori socioculturali ed extrafamiliari giocano, vista l’età delle pazienti, un ruolo decisivo.
In sintesi, nell’anoressia infantile, l’appartenenza al genere maschile o femminile rappresenta una variabile relativamente ininfluente sullo sviluppo del sintomo, mentre è assolutamente decisivo il ruolo giocato dal rapporto dell’infante con il suo accudente: nell’anoressia ad esordio precoce, viceversa, l’appartenenza al genere femminile è determinante, così come la pressione esercitata dal contesto sociale e culturale all’interno del quale le relazioni con i genitori si sviluppano.
Bisogna tuttavia considerare che, anche rispetto alle classiche forme di anoressia-bulimia adolescenziali, i quadri morbosi che osserviamo in ragazzine poco più che bambine sembrano presentare caratteristiche proprie, non riscontrabili nelle manifestazioni ad esordio postpuberale. In effetti, paragonati agli adolescenti, questi pazienti prepuberi presentano una sintomatologia specifica, di cui ricorderò velocemente gli elementi psicopatologici che insistono con maggior frequenza:
- una perdita di peso più severa e più rapida;
- un’afagia (spesso totale) che richiede frequentemente il ricorso all’alimentazione con il sondino nasogastrico;
- presenza di sintomi tipici quali senso di nausea, dolori addominali, restrizione idrica;
- ridotta capacità di verbalizzare le cognizioni anoressiche;
- maggiore isolamento sociale e rigidità cognitiva; elementi psicopatologici, questi, che lasciano supporre, secondo alcuni autori, la presenza di un significativo legame con i disturbi dello spettro autistico (ipotesi formulata, ad esempio, nel rapporto dell’Haute Autoritè de Santè pubblicato in Francia nel luglio 2022, documento prezioso per chi si occupa della cura di questa patologia).
Sembrerebbe, allora, che ci troviamo a fare i conti con una forma psicopatologica a sé stante, che non può essere assimilata né all’anoressia infantile né a quella adolescenziale. La questione è controversa e le opinioni degli studiosi divergono. Di certo, questa che è comunemente considerata un’anticipazione temporale del fenomeno anoressico che meglio conosciamo (quello che, per l’appunto, riguarda gli adolescenti) evidenzia i tratti tipici della contemporaneità, lo spirito del tempo, il clima socioculturale nel quale l’infanzia e la prepubertà si sviluppano. Proverò ad isolare alcuni fattori caratterizzanti.
- L’attitudine psico-comportamentale che osserviamo negli esordi precoci dei DNA è, in questa specifica fascia di età, rintracciabile anche in altri campi dell’esperienza ordinaria dei ragazzi e delle ragazze. Mi riferisco alla presenza importante, in soggetti di poco più di 10-12 anni, di comportamenti in cui il soggetto si mette in pericolo, sfidando, ad esempio, il senso di gravità, l’equilibrio (attitudine che ritroviamo, ad esempio, in pratiche quali il Parkour, lo skating e altri sport estremi), alla ricerca del dolore (come in alcune pratiche tipo il cutting o in certe tipologie di piercing) e, ancora, nella sperimentazione di tentativi precoci di sballo, come avviene nell’assunzione di sostanze (già nel periodo delle scuole medie). Bisogna contestualizzare il sintomo anoressico ad esordio precoce in un clima generale e in un tempo evolutivo nel quale, anche in coetanei non necessariamente ‘patologici’, si affermano atteggiamenti caratterizzati da una volontà di intensificazione emotiva, dalla volontà di amplificare i propri vissuti emotivi fino al loro possibile ribaltamento in un probabile annullamento definitivo. Insomma, c’è qualcosa che accade ai nostri ragazzi e ragazze in un periodo di tempo che coincide (all’incirca) con i primi anni delle medie e che li pone in una condizione in cui, in anticipo rispetto al loro sviluppo e all’acquisizione di capacità di elaborazione, si confrontano – direi in maniera goffa e spregiudicata – con il concetto della morte e con il rischio di morire – sprovvisti, però, della chance di farne qualcosa di diverso da semplici agiti.
- Secondo elemento: l’anoressia precoce anticipa lo sviluppo sessuale. Non è – come siamo abituati a pensare per le pazienti più grandi – la risposta del soggetto all’esplosione della propria femminilità (ormonale, emotiva, sessuale), ma la precede, accade, cioè, prima che accada qualcosa a quel livello lì. Anche questo deve voler dire qualcosa. Non si tratta di un tentativo di ritorno indietro, ma di un rifiuto di andare avanti: il che – come potete immaginare – non è proprio la stessa cosa. È un modo per non collocarsi in un genere: non di rifiutarlo. Non a caso riscontriamo sempre più spesso DNA associati a quelli che il DSM definisce disforie di genere. C’è un’angoscia a definirsi in un genere: ed è così, allora che le ragazzine che incontriamo, a questa angoscia, rispondono con una sorta di sospensione del tempo, con la costruzione di una bolla, di un incantesimo, in cui nulla più si muove, niente si trasforma. Una stasi che blocca il divenire. L’anoressia precoce blocca la crescita e la trasformazione dei corpi. Non la corregge, come accade nelle anoressie successive. Frequentemente – ma non necessariamente – si scatena a seguito della prima mestruazione: dunque, non appena un segnale del corpo informa il soggetto della direzione che sta prendendo. In molti altri casi, si struttura come per evitare che il menarca arrivi.
- Terzo elemento: le bambine di 9-10-11 anni che riceviamo nelle nostre strutture sono, in molti casi, figlie di donne che probabilmente hanno vissuto la loro tarda adolescenza e prima gioventù in un periodo storico (15-20 anni fa) in cui la diffusione epidemica dei DNA si era già affermata e che con molta probabilità sono state sfiorate (attraverso le storie delle loro amiche o delle loro sorelle), oppure travolte esse stesse, da quei sintomi, magari in maniera silente, non evidente ai loro cari. Nelle storie cliniche rileviamo, spesso, questo dato: mamme che dicono di aver superato il problema della loro anoressia o bulimia ‘da sole’, e che ora si trovano a fare i conti con la malattia della figlia: si potrebbe dire che quel che non aveva trovato una possibilità di simbolizzazione e un lavoro di elaborazione adeguato al proprio disagio, che era stato semplicemente rimosso (o risolto con un matrimonio frettoloso e con una maternità accelerata), ritorna in forma sintomatica nella storia delle figlie. La figlia eredita il nucleo rimosso materno: un rimosso che ha a che fare con il tema della femminilità, con l’enigma della femminilità. Che, come visto, sarà l’oggetto di un totale rigetto. In altri termini, è verosimile ipotizzare che la bambina abbia – a propria insaputa e a insaputa della madre stessa – fiutato, percepito, intuito, captato la presenza di un nodo problematico materno sul tema dell’esser donna e che se ne sia fatta carico assumendo su di sé la responsabilità di rifiutarlo.
- Quarto elemento: sappiamo, però, che il fenomeno di cui stiamo parlando può svilupparsi anche in assenza di simili contingenze. Non tutte le mamme delle ragazzine che incontriamo hanno avuto contatti più o meno ravvicinati con sintomi alimentari. Più in generale, invece, possiamo rilevare un insieme di dati clinici che riguarda la popolazione infantile tout court (all’interno della quale, un numero significativo di individui correrà il rischio, qualche anno più tardi, di sviluppare sintomi alimentari). Notiamo infatti con sempre maggiore frequenza:
– l’aumento significativo di disturbi relativi all’acquisizione del linguaggio (problemi fonatori di varia natura);
– aumento di sintomi di deglutizione atipica;
– difficoltà nella masticazione (la paura di ingoiare, che trasforma l’atto dell’introiezione del cibo in un momento traumatico);
– estrema selettività dei cibi (anche in bambini non sintomatici).
A queste problematiche, occorre aggiungere la diffusissima difficoltà di addormentamento e il pavor nocturnus.
Come vedete, sono tutti sintomi che indicano una netta prevalenza sintomatica del registro dell’oralità, fattore, questo, di cui occorre tenere conto. Chiudere la bocca – o non farla funzionare a pieno (non farla parlare, non farla mangiare, aprirla in maniera super-controllata, ecc.) – rappresenta una forma di selezione e di controllo del rapporto con l’altro. L’altro – e il cibo è l’altro per eccellenza, proviene dall’altro, è dato dall’altro, è il prodotto dell’altro – va tenuto sotto controllo. D’altra parte, tuttavia, non deve mai mancare (come il fenomeno della difficoltà di addormentamento testimonia). Insomma, ci troviamo di fronte a un problema generale (e sintomatico) di separazione, di accettazione dell’altro da sé, di mantenimento di una giusta distanza tra sé e l’altro: un’alternanza di posture di evitamento e di fusione, in una continua oscillazione tra – per utilizzare una felice espressione di Magda Di Renzo – una indipendenza solitaria e una dipendenza simbiotica. - Quinto elemento: il sentimento che più spesso raccogliamo nelle parole di queste pazienti è quello della vergogna. In altre parole, il non essere all’altezza dell’ideale, il loro non coincidere con l’ideale (un ideale che è determinato dal mondo social, dunque tutto sbilanciato sul piano immaginario). Non un sentimento di colpa – come la clinica delle nevrosi tradizionalmente ci ha mostrato – ma un sentimento di vergogna, legato, cioè a quello che gli altri possono vedere. La vergogna è legata al desiderio (frustrato) di mostrarsi ineccepibile, inappuntabile, senza mancanze, senza difetti, ingiudicabile, perfetta. Non castrata, diremmo noi in psicoanalisi. La vergogna è legata allo sguardo dell’altro – non a caso queste ragazzine ci dicono spesso di essere state bullizzate, cioè viste e derise dall’altro, beccate nel proprio difetto, colte in fallo. Il sentimento di essere state bullizzate va letto in questa dinamica: l’altro ha visto che non sono perfetta e questa consapevolezza mi ritorna (dall’esterno) come volontà di aggressione sadica. Ma in fondo, non dobbiamo dimenticare che questa aggressione è originariamente la propria, diretta da sé a sé, per punirsi per la non coincidenza con il proprio ideale. È il soggetto, in primis, che si bullizza. Suggerisco agli operatori ‘psi’ di non essere troppo inclini a far proprie campagne giornalistiche e social infondate, che fanno del bullismo il presunto fenomeno traumatico. Sentirsi bullizzate è tutt’altro che essere state bullizzate.
- Ultima notazione. Queste ragazze poco più che bambine sembrano davvero il frutto di un funzionamento sociale profondamente modificato negli ultimi decenni. Una modifica che potremmo riassumere in due posture di fondo che sembrano caratterizzare le condotte degli adolescenti: tendenza all’apatia, da un lato, tendenza all’agito, dall’altro. Due condotte all’apparenza contraddittorie, che trovano tuttavia un comune denominatore in quella che il filosofo Hartmut Rosa ha definito la filosofia dell’escalation. L’educazione alla quale sempre più i nostri bambini sono sottoposti è una educazione che o riempie di attività ogni spazio esistenziale (escludendo l’attività del gioco fine a sé stesso), oppure – per problemi familiari di tipo affettivo o economico – delega ogni stimolazione alla tecnologia (dalla TV ai telefoni cellulari). Si tratta, in entrambi i casi, di una iperstimolazione che tende a evitare il momento della noia, del riposo, dell’inattività, momenti vissuti come depressogeni. Rosa, per spiegare il funzionamento delle economie psichiche attuali, utilizza questa interessante metafora: il soggetto contemporaneo è come una motocicletta che per stare in piedi è costretto a muoversi, a correre, ad andare, pur non sapendo dove andare. Il soggetto si iperstimola non perché è alla ricerca di qualcosa, ma perché in assenza di stimolazione si deprimerebbe. Il rapporto con il cibo – evitato o ingurgitato – diventa, in questa ottica, un fattore di stimolazione costante che riempie la vita di senso, che fa muovere la motocicletta evitando che cada per terra, una moto a cui, sempre per stare nella metafora, manca il cavalletto per mantenersi in equilibrio, anche da ferma.
Per concludere, abbiamo rilevato i seguenti fattori determinanti:
- Prevalenza del registro dell’oralità (nelle forme sintomatiche descritte della prima e della seconda infanzia);
- Condotte ordaliche, di messa alla prova rispetto alla morte (anche queste sempre più diffuse nella popolazione in età puberale e prepuberale);
- Rinvio (se non blocco definitivo) del processo di sessuazione e di definizione di genere;
- Predominio dello sguardo e del senso di vergogna, piuttosto che di quello della colpa: vergogna – come dicevo – causata dalla sensazione di non coincidere con l’ideale.
- Ricerca di una iperstimolazione continua che esorcizzi l’incubo della noia (che soggettivamente si trasforma in un vissuto di insensatezza della vita, in una ‘crisi della presenza’, per utilizzare la terminologia dell’antropologo Ernesto De Martino).
Morte, sessualità e ideale: è con queste tre grandi questioni che ragazzine poco più che bambine si confrontano, chiudendo la bocca, non mangiando e non parlando, regredendo, cioè, ad una fase precedente del loro sviluppo. Assistiamo a un rifiuto a fare i conti con la dimensione di incompletezza che tanto la morte, quanto il sesso e l’ideale impongono al soggetto umano: nessuno, infatti, può sfuggire alla morte, nessuno può incarnare perfettamente l’ideale, nessuno può trovarsi a proprio agio nella sessualità. Queste ragazzine sembrano non ‘reggere’ di fronte alla scoperta dell’impossibile padronanza imposta da queste tre dimensioni dell’esistenza: sembrano, in altre parole, non avere gli strumenti necessari per far fronte alla consapevolezza della ineluttabilità della morte, dell’impossibilità di aderire pienamente all’ideale e della difficoltà di assumere una identità sessuale definita. Il che pone la questione di come l’educazione attuale (incarnata nel discorso familiare e sociale) ‘prepari’ (o meno) il bambino ad affrontarle. In questo ambito della psicopatologia, in effetti, – differentemente da quanto accade nelle sintomatologie infantili – l’incrocio tra fattori familiari e fattori macro-sociali diventa particolarmente significativo.
Le anoressie ad esordio precoce sono il frutto di un incontro troppo precoce, avvenuto troppo in anticipo rispetto alle capacità simboliche del soggetto, con le questioni della morte, dell’ideale e della sessualità: dimensioni alle quali il soggetto, poco più che bambino, non è ancora in grado di rispondere né è stato evidentemente aiutato a rispondere. Un incontro traumatico che genera una frattura in quello che Winnicot aveva definito il senso di continuità dell’esistenza: in altri termini, il venir meno dei riferimenti simbolici e il sentirsi improvvisamente esposti all’insensatezza della vita (il cui segnale psicopatologico inconfutabile è rappresentato dall’emersione dell’angoscia).
Ed è all’angoscia del trovarsi senza riparo che il soggetto risponderà strutturando un rituale protettivo e rassicurante, tutto centrato sulla regressione al registro dell’oralità, ritenuto capace di fermare lo scorrere del tempo e, con esso, di impedire la consapevolezza della perdita.
La diffusione di sintomatologie alimentari precoci chiama in causa il funzionamento delle famiglie contemporanee, le difficoltà che attraversano nel definire il proprio compito educativo, lo smarrimento dei genitori nel mantenersi all’altezza del loro ruolo: un funzionamento complicato che riflette, nelle singole storie delle singole ragazze, il disorientamento del più ampio contesto socio-culturale. Le famiglie vivono in un mondo in cui il bambino è un essere problematico, limitante, condizionante. Sempre meno le società (e, purtroppo, in Italia ne abbiamo una drammatica testimonianza) sono organizzate per occuparsi di bambini: genitori che lavorano tutto il giorno, salari bassi, insufficienti politiche economiche di incentivazione della natalità, pochi asili, scarsità di agenzie educative in grado di dare sostegno alla famiglia. Insomma, la nascita di un bambino viene, progressivamente e in maniera crescente, percepita come un fastidio e come un ostacolo alla propria realizzazione. Nel nostro mondo, c’è sempre meno posto per il bambino: questo è un dato di fatto. Rappresentante di una specie in via di estinzione – come scrisse Baudrillard, in un articolo su Liberation, già nel 1995 (Le continent noir de l’enfance) – il bambino, esiliato dalla scena sociale (come i morti, le donne e le masse, aggiungeva il filosofo francese), avrà modo di vendicarsi ponendo al mondo dell’adulto una questione insolubile: una questione che, per l’appunto, si rivelerà nella sua piena drammaticità nell’epoca dell’adolescenza. Ed è questo ciò di cui facciamo esperienza: l’adolescente – ex bambino privato del suo statuto classico – diventa sempre più un alieno, un essere non integrato nel discorso sociale, che non vuole integrarsi, che rifiuta il mondo che lo ha trattato – da bambino – come un prodotto artificiale.
Le ragazzine poco più che bambine che riceviamo nelle nostre strutture in fondo ci dicono questo: che per loro non c’è altro posto che non sia quello della loro radicale extraterritorialità assicurata dalla psicopatologia. Ed è proprio a questa loro percezione di estraneità al mondo nel quale vivono che noi dobbiamo innanzitutto rispondere.
