Esce in questi giorni Ignoranza divina. Jacques Lacan e l’ateismo cristiano, del filosofo statunitense Adrian Johnston, a cura di Luigi Francesco Clemente. Il libro — pubblicato nella Collana editoriale di Litorale “Nova Humana Materia”, per Galaad Edizioni — comprende due importanti saggi sulla questione dell’ateismo in psicoanalisi: Ignoranza divina e Finale di partita.
Il testo che pubblichiamo è un estratto dalla Prefazione intitolata Perdere il fedateismo, appositamente scritta dall’Autore per il pubblico italiano.
È bene che io sottolinei sin da subito la mia opposizione non solo alle letture religiose e filo-religiose della psicoanalisi freudiana e lacaniana, ma anche agli ateismi volgari, che gli strumenti analitici hanno permesso di denunciare come insufficientemente atei. Nello spirito della prolifica creazione di neologismi da parte di Lacan — stando a una (sotto)stima, egli sarebbe responsabile del conio di sette-cento-ottanta-nove neologismi, molti dei quali formati come parole-macedonia —, io respingo quello che si potrebbe definire faitheism, “fedateismo”. Questo particolare neologismo, formato da una parola-macedonia, combina il termine “ateismo” [atheism] non solo col termine “fede” [faith], ma anche con tutta una serie di altre parole che iniziano con la lettera “f”: fallito, fake, falso, fantasmatico, fittizio, fallace, fottuto, ecc.
Per dirla più esattamente nel gergo lacaniano, esempi di fedateismo sarebbero tutti quegli ateismi che, pur denunciando dèi e simili come non-esistenti (o “morti”), non riescono a rinunciare alle categorie strutturali occupate da svariate e assortite divinità, vale a dire, le categorie metapsicologiche lacaniane del grande Altro non barrato e del soggetto-supposto-sapere. Ecco un esempio ovvio e familiare di fedateismo in questo senso preciso: il tipico ateismo naturalistico-scientista che, pur insistendo sul naturale senza il soprannaturale, trasforma la natura stessa in un grand Autre autoconsistente e onnipotente e gli scienziati naturali in autorità umane simil-sacerdotali attraverso le quali questo Altro articola i suoi editti, le sue leggi e le sue verità. La Natura-con-la-N-maiuscola è semplicemente collocata, dal fedateismo scientista, in quello stesso luogo da cui Dio è stato rimosso — con il posto strutturale del grande Altro autoconsistente e/o del sujet supposé savoir. Soprattutto sulla scia di Lacan, per arrivare a un vero ateismo, piuttosto che al suo sembiante fedateistico, è necessario che si lasci vuoto proprio questo posto e che si traggano le innumerevoli e necessarie conseguenze dall’assenza di grandi Altri non barrati e di soggetti-supposti-sapere (e/o supposti [sapere come] godere).
Ma come la mettiamo coi continui e numerosissimi riferimenti, espliciti e impliciti, che Lacan fa alle religioni, e in particolare coi suoi diversi riadattamenti degli elementi propri del Cristianesimo? Certamente, le appropriazioni che Lacan compie delle immagini e dei simboli cattolici sono una caratteristica costante della sua condotta sia in privato che in pubblico (come è ampiamente documentato dalla sua corrispondenza così come da diverse biografie e da diversi aneddoti). Nel suo insegnamento così come nella sua esistenza familiare, Lacan cerca continuamente di ottenere entrambe le cose, in quanto è un ateo virulento nella pratica e nella teoria e, al tempo stesso, gode nel partecipare agli spettacoli del fasto e dei cerimoniali del cattolicesimo tradizionale. È così che tacitamente rifiuta, ad esempio, l’approccio “tutto-o-nulla” alle questioni religiose, tipico di Pascal.
A Lacan piaceva giocare al cattolico, anche se non voleva assolutamente essere cattolico. Forse un simile gioco era il suo modo di fare luce e prendere le distanze da una formazione religiosa che, come analista, egli sapeva benissimo non poter essere semplicemente eliminata dal suo essere ontogeneticamente formato come soggetto parlante (parlêtre): non poteva essere eliminata per mezzo di un mero, puro, fiat intellettuale. Diversamente dall’ateismo pesante e cerebrale di quei filosofi e ideologi che mirano a rendere Dio essenzialmente morto, l’ateismo psicoanalitico di Lacan alleggerisce i pesi religiosi della propria storia di vita, estetizzando con irriverenza l’Alto e il Santo. La pesantezza tipica dell’ateismo tradizionale equivale a una perdurante partecipazione all’atmosfera affettiva delle religioni solo in apparenza osteggiate dall’ateismo.
Al contrario, l’ateismo specificamente lacaniano funziona in parte rivoltando le sacre reliquie del proprio passato, trasformandole in giocattoli capaci almeno di fornire un pizzico di divertimento, se non altro. Con la consapevolezza dell’analista che non si può semplicemente uccidere il Dio della cosiddetta “religione materna”, Lacan cerca di trasformare questo indistruttibile revenant ontogenetico in una fonte di godimento estetico e intellettuale (piuttosto che permettergli masochisticamente di continuare a essere una fonte di colpevolezza e di altre tristi forme di sofferenza). Lo fa trasformando Dio: da sostanza vivente cui sottomettersi a sembiante non-morto da sfruttare.
Anche se non si può negare Dio una volta per tutte, Lacan dimostra che è possibile sublimarLo o sopprimerLo (als Aufhebung) in maniera decisamente efficace e irriverente. Dal punto di vista di Lacan, questo è l’unico modo praticabile di ateismo. La cupezza della pietà religiosa è meglio combattuta con la leggerezza della parodia e dell’umorismo, piuttosto che con dottrine secolari o atee altrettanto cupe. La riverenza viene annullata dall’irriverenza, non da più riverenza.
