Vorrei presentare questo libro partendo, innanzitutto, dal titolo: perché è già dal titolo – che palesa, in una straordinaria condensazione sintattica e semantica, la principale tesi del libro – che l’autore rivela lo stile e l’intento della sua opera. In quella sapiente e calibrata articolazione di significanti, Procaccio riesce a dare al lettore una chiara idea della proposta che avanza e, contemporaneamente, a immergerlo nel clima emotivo e, direi, sensoriale, del testo.
Il significante improvviso è giocato nella sua duplice significazione: sia come evento inatteso, come incontro inaspettato (l’aristotelica tuché), sia come l’improvvisare, il saper far fronte, l’organizzarsi senza preavviso. Improvviso, cioè, è tanto il fatto subitaneo e non preannunciato che accade, quanto la capacità di prenderne atto e di farci i conti. È, si, l’imprevisto, la circostanza sorprendente, ma anche il lasciarsi sorprendere e il sapersela cavare. Ed è proprio dalla dialettica tra questi due versanti semantici che germoglia il senso del sottotitolo: ogni momento dell’esistenza, se colto nella sua eccezionalità, se afferrato e ‘improvvisato’ (esattamente come avviene in musica, quando il tema principale viene riarrangiato in maniera inedita), può elevarsi a momento regale, solenne, nobile. Ogni momento, allora, diventa il momento.
Ed è così che viene in primo piano l’adesso, ovvero la dimensione temporale del presente che rende possibile la precipitazione della soggettività nell’immediatezza del vissuto. Se accolto, però: perché, in effetti, di questa feconda potenzialità dell’immanenza, Procaccio presenta quattro declinazioni cliniche di rigetto, che ne manifestano le possibili mutazioni psicopatologiche: l’epilessia, l’attacco di panico, il delirio e l’iperattività. Quattro diverse condizioni analoghe, per certi versi, a quel che accade nel trauma: in tali contingenze, l’evento che accade, l’adesso, l’improvviso travolge il soggetto, provocando disorientamento, spaesamento, cancellazione di sé.
A queste forme nelle quali l’ora dell’accadimento imprevisto si pone come urto, come ustione, come effrazione, l’autore contrappone la pratica meditativa, che, al contrario, fa dell’attenzione a quel che accade nel momento qualsiasi (il respiro, primo fra tutti) il fulcro dell’azione contemplativa. Centralità dell’evento che – sottolinea Procaccio – la tecnica lacaniana del taglio della seduta sembra in grado di mettere in risalto. L’interruzione della seduta nel momento in cui qualcosa dell’inconscio si manifesta nell’adesso del discorso del paziente consente a quella significazione appena accennata di rilanciarsi e di svilupparsi ben oltre il limite delle parole ridondanti che le avrebbero potuto far seguito.
Ma il pregio di questo libro non si limita alla qualità e alla profondità della trattazione. Il suo tratto peculiare, a mio avviso, sembra essere decisamente il sorprendente isomorfismo tra il contenuto (una riflessione sul “modo in cui l’uomo esercita l’accorgersi”) e il contenitore (la forma, decisamente poetica, attraverso la quale quel materiale viene presentato). Ed è proprio tale riuscita corrispondenza tra la speculazione teorica e la struttura linguistica sottostante a dare alla lettura del testo un carattere di tipo esperienziale. Il lettore è portato a fare esperienza di quel che legge, come se, da esso, fosse letteralmente attraversato. L’abilità dell’autore, infatti, sta nell’utilizzare una modalità di scrittura in grado di incarnare gli stessi concetti che studia. La riflessione teorica riesce a produrre una risonanza emotiva che evidenzia quanto la parola di Procaccio, in una sorta di progressivo autodisvelamento, si sostenga su un vissuto personale che le assicura spessore e credibilità. Improvviso diventa così la stessa lettura del libro, che interrompe la linearità dell’esistenza, invitando il lettore ad accogliere l’incontro senza preavviso e a fermarsi in quel momento qualsiasi che è stato l’incontro stesso. Lungi dall’essere una pura ricognizione intellettuale sul tema della meditazione, del respiro, del taglio, questo libro è esso stesso meditazione, respiro, taglio. Leggerlo è un’esperienza di meditazione, di respiro, di taglio. Dalle sue pagine traspira la fertile coincidenza tra sostanza e forma, tra enunciato ed enunciazione, tra il detto e il dire: esperienza assai rara, che Procaccio ha il merito di aver reso possibile.
