Umano, troppo umano. Cartografie psicoanalitiche in dialogo con l’antispecismo.


Volevo ricordare a tutti
che non siamo su questo pianeta per erigere roccaforti
e difendere strenuamente quello che crediamo di essere
in modo che niente di quello che crediamo di essere venga intaccato.
Bensì
per smantellare tutto
e diventare quello che in realtà siamo
per completare l’immagine della nostra anima.


(da qualche parte in rete, 2023)

È un fatto importante, ancorché comunemente noto, che le apparenze molto spesso ingannano… 
È una fresca, limpida, giornata di Maggio e gli orologi segnano le diciannove. Un Maggio ormai piovoso a queste latitudini, ma quel venerdì pomeriggio c’è alta pressione nel cielo sopra San Lorenzo, Roma. Ci incontriamo in una piccola libreria di quartiere, Antigone, specializzata in studi di genere, femminismi, teorie queer. L’idea comune è quella di smantellare delle apparenze. E parlare del libro di Marco Reggio, Cospirazione animale, un bel lavoro su antispecismo e intersezionalità.

Ma cosa sono antispecismo, intersezionalità e cosa c’entra la psicoanalisi? Nello spazio accogliente e pieno di libri e sedie pieghevoli, piega su piega, cerchiamo di cogliere qualcosa del costituirsi dell’anima e dell’esperienza moderna. Anima disforica che cerca rivoluzioni epistemologiche.

L’antispecismo è parte di questo cambiamento epistemologico. È un pensiero e movimento filosofico che si oppone allo specismo, ovvero all’attribuzione di un valore superiore ad un individuo in base all’appartenenza ad una specie a discapito delle altre. L’intersezionalità viceversa è un metodo, che descrive come diverse identità sociali possano concorrere alla creazione di particolari discriminazioni. Una teoria intersezionale ci dice che un’oppressione fondata su un binarismo (maschio/femmina) si modella in realtà su altre forme di dominio (ad es. ricco/povero) costruite insieme a rappresentazioni sociali che risentono di genere, classe, “razza”, sessualità, religione, ecc. Michela Murgia ne ha fatto un cavallo di battaglia.

Lui, Marco Reggio, è un punto di riferimento nel panorama dell’antispecismo italiano. È una figura preziosa di teorico e attivista, che ci ricorda come Deleuze e Foucault descrivevano l’intellettuale. Non come qualcun* che parla per altr*, coscienza del popolo. Non intellettuale organic*, ma pensatore/pensatrice che prende parte a delle lotte. Perché “nessuna teoria può svilupparsi senza incontrare una specie di muro ed è necessaria la pratica per sfondarlo” (Gli intellettuali e il potere, conversazione tra Michel Foucault e Gilles Deleuze, L’Arc, n.49, 2° trimestre 1972).

A prendere sul serio i due intellettuali francesi, la prima a cambiare è stata la filosofia, assumendosi il compito di eliminare le ingiustizie e le miserie del mondo, come sosteneva Angela Davis (1981), allieva di Herbert Marcuse. Ma anche la psicoanalisi, attraverso una distinzione tra teoria e clinica, sempre meno evidente, può riflettere su una teoria che non vuole più essere concepita come vertice che trova un’applicazione nella pratica.

Cosa cambierebbe della psicoanalisi se facessimo a meno della rappresentazione, della metafisica tradizionale dell’Occidente, pensando a partire da un’azione della teoria e della pratica in rapporti di collegamento e di scambio? Non ci sarebbe una coscienza rappresentante e una rappresentata, ma sempre solo una molteplicità che parla. “Siamo tutti gruppuscoli” (F. Guattari, 1979).

Il tema della rappresentanza, del parlare per altr*, è centrale nelle nostre riflessioni e come vedremo siamo già al cuore del suo libro.

Il libro di Marco fa pensare ad un diario, ad episodi della sua vita che lo hanno visto coinvolto come militante. Parte da un episodio concreto e lo analizza nelle sue contraddizioni per cui lascia continuamente in tensione riflessione teorica e impegno antispecista. Inoltre il libro tocca temi utili anche ad altri movimenti di liberazione. È diario e manuale di militanza.

Il libro è così ricco di storie come quella di Agitu Ideo Gudeta, donna etiope fuggita dal proprio paese in quanto perseguitata politica. Agitu è protagonista di una storia di emancipazione, diviene imprenditrice di un allevamento di capre (la capra felice). Tale storia è stata molto spesso descritta in modo paternalista ma si fa problematica se inseriamo la variabile di specie. Troviamo poi gli orsi in fuga, detenuti in trentino presso il Casteller, come M49. Marco ricostruisce il dibattito interno ai movimenti, sottolineando contraddizioni e resistenze fra i vari soggetti coinvolti, senza ridurre questa complessità a poco utili dicotomie. Cerca teorie appunto, che rompano muri.

L’Autore ci accompagna poi in una riflessione che parte dal romanzo Animal’s People (Indra Sinha, 2008). Animal (nome tutt’altro che casuale) è un giovane uomo deturpato fisicamente dal disastro della Union Carbide, industria produttrice di fitofarmaci, avvenuto nel 1984 nella città indiana di Bhopal. È lo spunto per riflettere sulle discriminazioni dovute alla “razza”, alla classe ma anche alla specie. Marco ci porta nell’intersezione tra colonialismo, abilismo e nel legame tra uomo ed ecosistema, tra corpi e ambiente. Su quei meccanismi che concorrono a creare l’umano come rappresentazione che tiene fuori un non umano “animale”, ma anche disabile, mostro, fino al limite irrappresentabile, che coincide con l’esclusione sociale. Gli universali hanno sempre effetti politici.

Nel quarto capitolo incontriamo un tema molto importante, quello della “resistenza animale”, ossia i casi di quegli animali che fuggono alle situazioni di cattività e sfruttamento in cui vivono all’interno delle strutture sociali tipiche del capitalismo.

Le storie che Marco ci racconta pongono la questione della rappresentanza animale, del parlare per altr*, di cui abbiamo accennato in principio. È qui che assume il suo senso proprio il titolo del libro, una co-spirazione, respirare e resistere insieme. Anche dal punto di vista analitico qui ci siamo molto interrogat*, in quanto Marco mette in discussione il paradigma classico della parola e della rappresentazione. Pensare un’agentività animale è possibile solo decostruendo quel paradigma in direzione del desiderio. Infatti questi episodi mettono in questione su un piano filosofico proprio i meccanismi e i dispositivi di soggettivazione, che possono essere al tempo stesso di assoggettamento, come Foucault aveva ben compreso (assoggettamento ha due significati: la formazione del soggetto, divenire soggetto, e regolamentazione di questa forma da parte del potere – C. Malabou, 2017, J. Butler, 2013). Forse il capitolo più teorico del suo lavoro.

Queste riflessioni chiaramente appaiono preziose per tutti i gruppi marginalizzati, minoritari. Che per (r)esistere mettono in discussione un pensiero maggioritario.

Ad esempio pensiamo alla fuga di un animale da un allevamento. È molto probabile che l’animale non scriverà un comunicato stampa ma saremo noi a raccontarlo. È molto probabile che lo faremo attraverso l’uso delle virgolette, parlando di “fuga” di “libertà”, metaforizzandolo.

Cosa è la metafora? La sostituzione di un termine proprio con uno figurato. Un’immagine viene trasposta verticalmente su un piano simbolico. “La metafora, in quanto suggerisce un significato figurato univoco è centripeta, ci infila nell’imbuto del senso” (S. Benvenuto, 2017).

Metaforizzare, se spesso necessario per poter avvicinare qualcosa alla comprensione, ha le sue insidie, in quanto quella forza centripeta costringe verso un senso e può esercitare un’azione di potere che al tempo stesso è esercizio di dominio.

Dal momento che l’animale non ha parola diviene metafora. Ma non è lo stesso per ciò che in analisi non accede al linguaggio? L’analista può trovare conforto nella comprensione attraverso la metafora ma stando molto attento all’implicita operazione di colonizzazione che rimane come un rischio nel processo. Una disciplina che si fonda sul linguaggio e che guarda costantemente a ciò che rimane fuori dalle parole non può che riflettere e partecipare con attenzione a queste discussioni.

Forse potremmo avvicinare meglio quel margine, il limite della parola, attraverso la metonimia, uno scivolamento di significanti che in sé non ha alcun senso. Significanti che girano intorno a ciò che non può essere significato, una mancanza strutturale che non può non farci pensare al discorso di A. Zupančič sulla sessualità. Infatti una norma, ci dice la filosofa, prende sempre il posto di un’immagine mancante. Un vuoto (meglio di mancanza) che forse è tutto in un nuovo paradigma, che è quello del desiderio, vero vuoto/pieno immanente in tutto ciò che è, deserto percorso da tribù nomadi.

Allora divenire disforico (P.B. Preciado, 2023) sembra l’unica via di fuga (politica e pulsionale) se non si accettano le metafore sociali esistenti.

Il quinto capitolo riguarda il rapporto tra antispecismo ed ecologia politica. Marco mette in luce i nodi problematici nella misura in cui ad esempio l’ecologismo non attribuisce un valore intrinseco alle vite animali. Ma entrambi possono trovare una convergenza rispetto all’abolizione del dominio umano, sia sulla vita animale che sulla biosfera. Come se l’antispecismo potesse dare consistenza e radicalità ad altre lotte in quanto, senza tale forma di critica, la sovversione del colonialismo capitalista corre il rischio di una ennesima greenwashing.

C’è uno spazio comune, sembra dirci Marco, tra ecologia, decolonialità, femminismo e anticapitalismo. In quanto decostruire la specie è operazione che avviene a partire da un Homo Sapiens non più centrale, una decostruzione di una matrice di potere che caratterizza la modernità e può riguardare anche molta della teoria e della clinica psicoanalitica.

Ci sembra che tutte queste direzioni però non possano che incontrarsi all’interno di una prospettiva che critichi nel profondo il capitalismo. E il luogo prediletto di un respirare insieme, della cospirazione, allora non potrà che essere una soggettività minore, mai egemonica. Spesso ciò che non si dimostra adatto alla macchina produttiva è patologizzato. Ciò può portarci a pensare che una via di uscita sia politicizzare i sintomi. Ma forse anche, almeno nel lavoro che si fa su se stessi, potremmo cercare di decostruirci proprio in direzione di un minoritario in noi.

Stiamo parlando di qualcosa che vada a favore di ciò che in noi è apparentemente non umano, mostruoso, Frankenstein, ma che magari è solo altro o lontano da un paradigma violento, che relega fuori da un confine di normalità. La follia, il margine… In quanto a partire da questo limite che produce saperi non violenti e soggettività alternative, possiamo anche pensare forme di cura radicali, di cui secondo noi la psicoanalisi conserva ancora il segreto, sia individuali che collettive, che articolino nuovi punti di vista. Sperimentazione.

E qui ci ha colpito quel passaggio del libro di Marco che trova la follia come cifra di alcuni movimenti, come quello antispecista appunto.  Perché magari la follia si fa portavoce, può essere interrogata e mostrare un fuori, un nuovo.

Perché ci siamo interessati all’antispecismo dunque? Ovvero: cosa ci fa un analista con un antispecista? Sembra l’inizio di un motto di spirito.

Qualche anno fa, era il 2016, si tiene a Firenze un congresso mondiale su Sandor Ferenczi. La psicoanalisi contemporanea è tutta figlia dello scambio tra Freud e il suo allievo Ferenczi. Ferenczi è lo psicoanalista che ha sottolineato l’importanza dell’ascolto, del tatto e dell’elasticità, quello che ha cominciato a parlare della necessità di una posizione “femminile” dell’analista.

A questo congresso ci sono dei panel tematici e ce ne è uno proprio “strano”, con un titolo enigmatico, che ci colpisce: “A cosa ci serve un’analista vegana?”  

Ascoltiamo quindi questa analista fare coming out e dirsi vegana. Lei in sostanza ci dice: “In me la vostra rimozione non ha funzionato, io scelgo di agire ogni giorno a partire da questo. Ma soprattutto… ascolto chi viene da me a partire da questo”. Quale rimozione? La società occidentale si fonda su una rimozione talmente profonda da cancellare un pezzo di realtà. Forclusione.

Non è facile capire: “In noi aveva funzionato talmente bene che non pensavamo potesse esistere, ci sembrava naturale mangiare carne!”.

Marco Reggio sembra metterci il pezzo che mancava. Ovvero che la nostra vita di umani si fonda sul fatto che ci sia un rimosso, che la nostra vulnerabilità la risolviamo a spese di altre specie.

Ci dice che sei animale se sei sfruttabile non viceversa. Ma – un gioco di prestigio – sei sfruttabile perché io creo un dispositivo che ti classifica come animale e lo fa sembrare “naturale”. Repressione del corpo e disconoscimento di questa repressione. Lo stesso meccanismo che crea il sintomo e la norma.

Dispositivi culturali, tecnologie, sistemi di classificazione, ordini del discorso che tenderanno a definire “animale” la parte sfruttata.

Perché psicoanalista Vegana dunque? Oggi potremmo rispondere: per l’ascolto! Un ascolto problematizzante, abituato a fare costante ginnastica – nel senso di un divenire vegan*, cioè togliere la naturalità ingenua al mangiare carne, dissociazione della violenza inferta agli animali che infatti viene scissa dalle coscienze di chi mangia carne. Che tipo di ascolto e di tatto può fornire un analista che ha decostruito questa rimozione rispetto a un analista che non l’ha fatto?”

Non vogliamo dire che una persona vegana debba scegliersi un analista vegan*, anzi. Ma che l’analisi lavora ancora e sempre sulla rimozione, vero dispositivo che genera confini tra dentro e fuori.

Marco Reggio ci è utilissimo proprio perché ci aiuta a decostruire le categorie che diamo per scontate. E che rischiano sempre di classificare dentro una norma che mette fuori quello che non corrisponde alla posizione dominante.

Perché la psicoanalisi, ricordiamocelo, è decostruzione. L’inconscio decostruisce il “soggetto” e ci dice che non siamo padroni in casa nostra, i sogni decostruiscono il pensiero logico-razionale. E se non bastasse c’è la decostruzione dei Tre saggi sulla sessualità, quella che ci dice che la sessualità è polimorfa e che c’è una dialettica costante tra posizioni attive e passive, mai fisse.

Allora l’animale non umano ci ricorda come la categoria di ciò che è considerato “fuori” sia una costruzione sociale e politica che parte da una rimozione. Rimozione della passività, dell’essere preda, essere penetrato, non agentivo, oggettualizzabile, norma sacrificale. La posizione disforica delle isteriche, la lettura femminista di Dora, il bel saggio di Long Chu (Femmine, 2020) o la ricerca delle origini femminili della sessualità di J. André (1995), ci portano sulle piste poco battute di una lingua minore con la quale cospirare.



In copertina: La guerra al cinghiale. Foto hogwild.ab.ca

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