Pubblichiamo la presentazione del libro di Fabio Galimberti Ascolto. L’orecchio tagliato dello psicoanalista, recentemente uscito per la casa editrice Orthotes
Questo è un libro per chi fa dell’ascolto l’essenza del proprio mestiere. È quindi un libro rivolto a chi fa il mestiere di psicoterapeuta e di psicoanalista, a chi pratica la talking cure o, volendo, la listening cure. Ma che cosa vuol dire ascoltare? Soprattutto che cosa vuol dire dopo l’invenzione di Freud? Che cosa fanno due persone in seduta quando parlano e ascoltano o quando rimangono in silenzio? Che cosa si fanno reciprocamente? E a quali trasformazioni soggettive può portare un ascolto che sia analitico?
Sulla scorta di queste domande, riportando vari esempi, anche di vita quotidiana, il libro attraversa la pratica clinica dell’autore e di altri colleghi, muovendosi tra testi psicoanalitici, filosofici, letterari, e aggirandosi nel campo della musica, del cinema e del teatro. Un approdo del testo è andare oltre l’idea diffusa e basilare di ascolto: capire, entrare in consonanza, essere empatici e ricettivi, comprendere chi parla anche al di là dell’espressione verbale, parlare la stessa lingua ecc. Tutto questo può essere presente in una cura, ma non coglie l’essenza dell’invenzione freudiana, anzi rischia di dare l’illusione che esista qualcuno che può ascoltare perfettamente chi parla, qualcuno che avrebbe una capacità di ricezione miracolosa e totale. Alcuni psicoanalisti lo sostengono e parlano addirittura di “luccicanza” (shining) dell’analista. Ma qui entriamo nel regno della parapsicoanalisi, come è ampiamente e ironicamente detto nel libro. Uno psicoanalista – o uno psicoterapeuta psicoanaliticamente orientato – da quest’orecchio non ci sente così tanto, perché non ha scorciatoie o prodigiose facoltà di ricezione. Avere orecchio nella cura, un orecchio tagliato per l’ascolto, è risvegliarsi dal sogno della comunicazione riuscita, è sottrarsi alla fantasia dell’unione perfetta tra parlante e uditore. L’aforisma di Lacan, non c’è rapporto sessuale, può valere anche nel campo della comunicazione, del rapporto tra parlante e ascoltatore.
Un orecchio tagliato per l’ascolto è un orecchio con il senso del limite e con un limite al senso, un orecchio che rispetta il nucleo “non comunicante” di sé indicato da Winnicott. Certo, tra parlante e uditore si dà un’intesa, una convergenza sul modo di intendere le parole e i discorsi, l’uso di uno o più canali di comunicazione, e nel libro sono descritte le diverse forme di questa intesa, che è fondamentale per il lavoro che viene svolto insieme al paziente. Senza intesa con l’uditore chi parla come potrebbe sentirsi ascoltato? Ma in una cura analiticamente orientata l’intesa stessa include l’ammissione che tra i due che comunicano c’è una spaccatura, incolmabile, che si rivela ad esempio nella stranezza degli equivoci, dei malintesi e dei fraintendimenti, quella spesso presente nelle opere d’arte (in letteratura, cinema o teatro che sia). Dando rilievo a questa stranezza, l’ascolto analitico non è solo consonante o risonante, ma soprattutto dissonante, perché il paziente possa sperimentare l’alterità della propria voce: le parole e gli atti diventano qualcosa di estraneo, di sconosciuto, qualcosa che nella stanza d’analisi può farsi occasione di scoperta, di un legame nuovo e di una trasformazione di sé.
